È sciocco chiedere agli dèi quello che si è in condizione di procurarsi da sé stessi. Epicuro

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Ogni capitolo del libro “Confesso che ho bevuto”, a cura di Luigi Anania e Silverio Novelli, propone una doppia chiave di lettura, cogliendo possibili alternative o abbinamenti all’interno del singolo approccio al tema-vino. Il vino “piacere o conoscenza”, il vino come “amore o abbandono”, il vino come “dignità o perdizione”. C’è chi rivive il vino come giovinezza e spontaneità, in contrasto con la moda odierna che ne fa un affare per specialisti. Sacerdoti dai riti iniziatici celebrati con terminologia astrusa. Infine, c’è chi, scegliendo la carta dell’intimismo, inscena una favola che unisce metaforicamente scrittura e vino.
Il Saint-Joseph raccoglie da solo questi racconti sul vino e sul piacere del bere, su una gloria nazionale che è anche e soprattutto discorso sulla natura, la storia, i sentimenti, la fede. Qui il vino è arrivato con i greci sbarcati sugli approdi dell’attuale Marsiglia, ma poi sono stati i romani a svilupparvi la viticoltura, ed infine sono stati i gesuiti a dare il nome attuale ai suoi vini dalla denominazione di una ripida collina scolpita in terrazze di loro proprietà. Originariamente conosciuto come “Vin de Mauves”, dal nome di un vicino paese, era apprezzato già da Carlo Magno, Imperatore enologo e vignaiolo. È stato un vino favorito nella corte francese di Luigi XII (1498–1515) che ha posseduto una vigna in Saint-Joseph. È stato citato ne “Les Misérables” di Victor Hugo (“mio fratello gli servì un elegante vino di Mauves che lui non aveva mai bevuto perché molto caro”). L’appellazione è anche chiamata da una vigna ispirata da quel santo “Joseph”, non a caso posseduta da Gesuiti. I cugini Pascal Luyton et Raphaël Fleury, dell’omonimo Domaine, tutti e due vivaisti, su appena 1.5 ettaro di vigneto, ci offrono le possibili alternative all’interno del tema dei grandi vini.